Contenuto
Il suo rapporto con la montagna è molto legato alle parole e all’immagine. Da dove nasce questa passione parallela?
Da sempre mi piace scrivere. Da ragazzino, con l’Atlante De Agostini aperto sul tavolo, mi inventavo viaggi avventurosi attorno alla terra. In un quaderno scrivevo minuziosamente dei luoghi visitati, dei mezzi di trasporto, delle popolazioni incontrate, un poco inventando e molto scopiazzando dall’enciclopedia “Conoscere” che i miei genitori avevano acquistato a rate. Alla fine del liceo, con la maggiore età ho iniziato a frequentare la montagna, ad arrampicare e sciare. La passione per la corsa e la bicicletta è arrivata più tardi. Con le prime scalate e gite scialpinistiche da subito mi sono reso conto che non mi bastava vivere questa esperienza ma dovevo trovare il modo di raccontarla a casa e agli amici, di trasmettere le emozioni che provavo e la bellezza dei posti che attraversavo. Era il 1983. Mi sono comperato una macchina fotografica, ho imparato ad utilizzarla: scattavo, selezionavo, archiviavo. Su un quadernetto appuntavo tutte le uscite fatte: i dati tecnici, le impressioni, alcune intuizioni, semplici appunti. Con il nuovo millennio il digitale ha sostituito le diapositive e la carta, ma la pulsione che mi spingeva a raccontare e raccontarmi con le immagini e con le parole non è cambiata ed è sempre la stessa, anche se oggi ne ho una maggiore consapevolezza. Nel merito così scrive Marco Baliani "Da allora ho cominciato a coltivare gli allenamenti necessari per non perdere lo stupore per strada, per continuare ad essere curioso, per rendere onore al mistero". E mi ci ritrovo in queste parole e me le ritrovo in ogni mia azione, tra le mura di casa e tra i monti. Azioni da cui scaturisce il costante desiderio di non perderne il vissuto intimo e profondo, cercando di fissarlo nella scrittura e nelle immagini, nel tentativo di farne racconto. E chiudo ancora con Baliani "Per cercare davvero stupore e curiosità occorre coltivare un'infanzia perenne, ma non quell'infanzia che abbiamo attraversato e di cui ricordiamo poco o nulla, bensì un'infanzia matura, con tutta la vita vissuta che ci portiamo dentro".
Possiamo immaginare che questa sua passione per la parola scritta sia anche una passione per la parola letta. Ci può dire se esiste uno o più libri che hanno dato una svolta alla sua vita di uomo, alpinista e moutain-biker?
Il piacere per la scrittura è stato una naturale conseguenza al piacere che provavo nell’immergermi in quel mondo meraviglioso che esplodeva dalle pagine dei libri. Sono un lettore onnivoro che ha scoperto la lettura da bambino. Ho ancora chiaro il ricordo di quando tutto ha avuto inizio. Avrò avuto nove o dieci anni, l’azienda dove mio padre lavorava come operaio per Natale aveva l’abitudine di fare dei regali ai figli dei dipendenti, non so con che criterio li scegliessero. Quell’anno mi fu regalato un cofanetto con cinque libri: “Robinson Crusoe”, “L’isola del tesoro”, “I ragazzi della via Pàl”, “Viaggio al centro della terra”, “L’ultimo dei Mohicani”. Li ho letti e riletti sino a consumarli. Ogni volta accadeva qualcosa di magico, era come se entrassi nelle storie narrate, venivo rapito e attorno a me poteva accadere qualsiasi cosa, io ero da un’altra parte. La passione per l’avventura, i viaggi e la natura penso proprio che mi sia stata instillata da quelle prime letture. Negli anni successivi, nel mio paesello, aprì una piccola biblioteca, divenni il suo più assiduo frequentatore. Non ci potevo credere, tutti quei libri a mia disposizione e senza la necessità di doverli acquistare, anche perché non ce lo saremmo potuto permettere. Quando a 18 anni sono stato travolto dalla passione per l’arrampicata e per l’alpinismo, tre sono stati i libri che mi hanno segnato. “Montagna vissuta, tempo di respirare” di Reinhard Karl, le big wall, i capelli lunghi, la libertà, la fotografia. “Settimo grado” di Reinhold Messner, la ricerca della difficoltà e del proprio limite, l’esatta consapevolezza delle proprie capacità. “È buio sul ghiacciaio” di Hermann Buhl, l’audacia e la perseveranza nel raggiungere i propri obiettivi. Ed infine, nei miei viaggi c’è sempre un libro nella pattella dello zaino ed è un libro di poesie, uno su tutti “La bambina pugile” di Chandra Candiani.
Lei è anche co-autore di film insieme al regista Alberto Valtellina (“Quelli che stanno a nord”, “La bicicletta e il badile”, “Le traversiadi”, “Mario Curnis”, “Allenarsi!”); film in cui imbraccia anche la telecamera. Negli ultimi anni la montagna è diventato un tema frequente sia in letteratura che al cinema (con le opere di Paolo Cognetti, ma non solo). Perché ritiene importante portare la montagna al cinema?
Alberto è un grande amico, con lui ho mosso i miei primi passi da scialpinista e insieme abbiamo condiviso le nostre prime arrampicate su roccia. Poi lui ha smesso di arrampicare ma nel 2008, all’ombra della Presolana, abbiamo trovato un vecchio film e una bella storia da raccontare, mi ha messo la telecamera in mano e mi ha detto “In parete ci vai tu ed io me ne resto a terra”. Così è nato il nostro primo film “Quelli che stanno a nord – Vivere in montagna da alpinisti”. Generalmente non mi piace parlare di “cinema di montagna” come una categoria a sé, una nicchia dedicata ai soli appassionati. Penso che il cinema sia semplicemente cinema. E si porta la montagna al cinema, come gli oceani o la foresta, quando sui monti e tra i monti ci sono delle storie da raccontare, anche storie che vanno oltre alla scalata, al gesto atletico, alla sfida e all’avventura. Ciò che è importante è che ci siano storie di donne e di uomini, storie di comunità, con il loro vissuto, la loro sensibilità, le loro contraddizioni, dove la montagna sta sia dentro il vissuto dei protagonisti che attorno, avvolgendoli e scandendo il ritmo del loro vivere. Due titoli su tutti: “Gasherbrum – La montagna di luce” di Werner Herzog e “Vermiglio” di Maura Delpero; sono film di montagna? Forse sì o forse sono semplicemente film.
Vai alla presentazione della serata