Tre domande a Marco Goisis in occasione dell'incontro “Le mie Orobie”

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Nella tua biografia scrivi che fin dall’infanzia hai coltivato l’amore per la montagna. Ci puoi raccontare meglio com’è nato questo sentimento? Di conseguenza, come è nata poi questa voglia di fare parlare la memoria collettiva delle Orobie attraverso la raccolta di storie e leggende?

L'amore per la montagna nasce da bambino grazie al nonno materno. Ricordo bellissime estati al suo fianco, lungo i sentieri delle Dolomiti di Brenta, in Trentino. Il nonno aveva una casa a Pinzolo. Parallelamente all'amore per la montagna, nasceva allora la mia passione per la fotografia e la scrittura. Ho iniziato a scrivere da bambino per fissare i ricordi. Non mi bastava aver visto con gli occhi un paesaggio, aver sentito il fischio delle marmotte, aver ascoltato la voce del vento. Tornato a casa dalle mie passeggiate col nonno, sentivo l’urgenza di vedere sul foglio le emozioni che avevo provato. Avevo paura di dimenticarmele. E la passeggiata non la consideravo finita se non facevo questo, se non la scrivevo. Come se fossi un giornalista che deve mandare il pezzo in redazione entro fine giornata. Ho continuato negli anni a scrivere perché mi piace, perché mi fa stare bene, perché nutre la mia anima, perché voglio raccontare, condividere, insegnare, suscitare emozioni, e questo non solo con le parole, anche con le fotografie. S'assomigliano la scrittura e la fotografia, sono modi diversi di raccontare. La fotografia, incontrata che avevo 8 anni, m'ha aiutato a formare il mio stile di scrittore. Io uso la penna come fosse una fotocamera. Voglio che chi legge quello che scrivo lo “veda” mentre sta leggendo, come se in mano tenesse una fotografia. E, mentre legge e vede, provi emozioni.

Ci tieni a sottolineare che questa memoria collettiva che tu raccogli e a cui dai una nuova voce attraverso il libro che hai scritto nel 2025, “Le mie Orobie, storie e leggende delle valli bergamasche”, è tutt’altro che idealizzata. Puoi spiegarci meglio questo aspetto? 

Avendo dentro questa passione per la scrittura e questo desiderio di racconto, un giorno di due anni fa, camminando nelle nostre valli, ho sentito il desiderio di raccogliere in un libro le storie e le leggende delle Orobie. L'intento non era (e non è) promuovere il territorio o idealizzarlo. Ho scritto perché di queste storie e leggende non si perda memoria. Il mio libro non è una guida turistica né una dichiarazione d'amore per luoghi comunque a me cari; vuole essere un omaggio alla cultura della memoria. Noi stiamo perdendo le nostre radici. L'augurio è che il libro aiuti il lettore anziano a ricordare ciò che conosceva e il lettore giovane a conoscere ciò che domani potrà ricordare e trasmettere ad altri. Per scrivere questo libro ho avuto bisogno di fonti. Ho comprato libri, alcuni me li son fatti prestare, ho consultato internet, ho studiato, ho conosciuto persone. E andare sul posto e incontrare chi lì vive è stato l'aspetto di questa mia ricerca che ricordo con più piacere. A Maslana, frazione di Valbondione, dove finisce la val Seriana, ai piedi delle cascate del Serio, mi sono ritrovato nella baita di Bernardino, ottantenne, che parlando solo in dialetto, mi ha sciorinato episodi e aneddoti che difficilmente sarei riuscito a reperire in internet o sui libri. Ricordo anche quando sono andato a Gromo. Avevo telefonato alla Pro Loco chiedendo di poter
incontrare chi di Gromo sapesse tutto. «La Narcisa!» mi hanno risposto. «È la nostra memoria storica!» Mi aspettavo una vecchietta incurvata dagli acciacchi. Mi sono trovato davanti un vulcano di donna, solo pochi anni più di me, che per quasi tre ore mi ha sommerso di racconti ed entusiasmo.

Da questo tuo punto di vista molto importante – perché riporta il passato al presente e lo fa rivivere – pensi di poter stilare una sorta di “spirito” delle genti delle montagne bergamasche?

Guardavo i giorni scorsi un mio autoscatto. Io e l'allora mia fidanzata, al mare. Un primo piano intenso. Sardegna, agosto 1991. Avevo 28 anni. Non c'era internet, non c'erano i cellulari, non c'era WhatsApp; la mia fotocamera era analogica. Era un altro mondo. Riportare il passato al presente facendolo rivivere è uno dei compiti della fotografia, che non è solo racconto, è anche memoria. Riportare il passato al presente con la scrittura è altrettanto importante. Anche il mondo delle leggende e delle storie raccontate nel libro era un altro mondo. Ma lo spirito dei bergamaschi non è cambiato. Penso ai brembani che nel quattordicesimo secolo emigrarono in massa a Venezia, allora centro del commercio e della cultura, alla ricerca di un lavoro migliore. Penso alla fede della pastorella rapita dal Rusì, malvivente di Gromo, che promette alla Madonna di darle la sua mucca più bella se fosse riuscita a salvarla. E agli abitanti di Dossena che in un momento di carestia si rifiutano di dare a un antiquario imbonitore i quadri della loro chiesa in cambio di sacchi di farina. Penso alla gente della val di Scalve, la gente comune, dopo il crollo della diga del Gleno: uomini e donne che non si sono persi d'animo e sono ripartiti, hanno ricostruito, con pochissimi aiuti. Più forti delle ingiustizie. A loro dei risarcimenti arrivarono solo briciole. Penso a Pietro Ruggeri da Stabello, il nostro più grande poeta dialettale; a Pietro Fanzago ideatore dell'orologio astronomico di Clusone; a Jacopo Nigretti de Lavalle, da Serina, che è passato alla storia col nome di Palma il Vecchio. La gente delle montagne bergamasche era gente fiera, devota, ingegnosa, che non s'arrendeva di fronte alle difficoltà e alle ingiustizie. Questo spirito c'è ancora. L'ho percepito parlando con Bernardino, con Narcisa, con le persone incontrate e che incontro anche oggi. Nel libro parlo anche di briganti e fuorilegge, come il Pacì Paciana e il Pianetti. E tra le leggende c'è quella del Rusì di Gromo e del Rossàl di Santa Brigida. Personaggi che nella vita hanno fatto i delinquenti. Non tutti i valligiani erano brave persone. Ma a tal riguardo riporto quanto scrisse Carlo Traini, nel suo libro “Leggende bergamasche”, nel prologo del capitolo “Il Rossàl”.

Con tanti marioli che ci sono in mezzo alla nostra civilissima società, fa piacere constatare che di questi ce n’erano non pochi anche tra i nostri emeriti bisnonni, quasi che il malfare degli altri sia una scusa per il nostro e non un esempio da fuggire. Il mondo invecchia, ma non migliora. Non vorrei però si credesse che la Bergamasca sia un vivaio specializzato in questa fioritura di erbacce. Se si scrivesse allo stesso modo la storia di altri popoli, si vedrebbe che i Bergamaschi, con tutti i loro difetti, sono in generale almeno galantuomini quanto quelli di altre regioni della penisola dello stivale. Voglia dunque il cortese lettore sentire quest’altra storia bergamasca senza falsi preconcetti sull’orobica gente.
 

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Luogo
Sala Civica Mimmo Boninelli, Via Orobie, Mozzo, BG, Italia
A Cura di

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05
Mag/26

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