Tre domande a Marcela Serli

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“La Vita Resistente” è uno spettacolo ispirato a “La scomparsa dei riti” del filosofo coreano Byung-Chul Han. Quale o quali aspetti del libro hanno fatto scattare la fiamma dell’ispirazione?

Ho proposto ad Andrea di lavorare su questo testo perché mi colpiva soprattutto l'idea che la scomparsa dei riti non significhi soltanto la perdita di alcune tradizioni, ma la perdita di quei gesti che danno forma al tempo e alle relazioni. Byung-Chul Han racconta una società in cui tutto deve essere veloce, produttivo, consumabile, e in cui rischiamo di perdere gli spazi della condivisione e della memoria. Da quella lettura è nata una domanda che ci accompagna ancora oggi: che cosa rende una vita resistente? Non abbiamo cercato una risposta nella teoria, ma nella materia viva delle nostre esistenze: i ricordi, le famiglie, i passaggi che segnano ogni vita. Ci siamo accorti che, pur provenendo da mondi molto diversi, siamo attraversati dagli stessi riti: la nascita, la scuola, gli amori, le separazioni, le feste, i lutti. Sono esperienze che appartengono a tutti e che continuano a costruire una comunità. Lo spettacolo nasce proprio nell'incontro tra un pensiero filosofico e due biografie, che lentamente smettono di appartenere soltanto a noi per diventare un'esperienza condivisa.

Sembra però di capire dalla presentazione che lo spunto per lo spettacolo provenga anche dalle vostre vite. Ci puoi spiegare in che cosa?

Sì, assolutamente. Abbiamo capito che il modo più sincero per parlare di tutti era attraversare fino in fondo le nostre storie. Io sono nata in Argentina, da padre triestino e madre libanese; Andrea è nato a San Daniele del Friuli, da una famiglia profondamente legata a quella terra. Le nostre biografie sembrano lontane, ma raccontandole abbiamo scoperto di essere attraversati dagli stessi passaggi fondamentali: l'infanzia, la famiglia, le feste, le perdite, le prime volte, quei momenti che ci trasformano senza che ce ne accorgiamo. Nel teatro, però, l'autobiografia da sola non ci interessa. Ci interessa il momento in cui un ricordo personale smette di essere soltanto nostro e qualcuno, seduto in platea, riconosce improvvisamente il proprio. È lì che nasce la comunità. È lì che una storia privata diventa una storia collettiva.

Fra i riti credo sia impossibile non includere il “rito del teatro”. Come sta questa ritualità che ha segnato fin dall’antichità, nelle sue diverse forme, la storia dell’uomo? E se sta evolvendo, ci potete spiegare in che modo (anche nel rapporto con il pubblico)?

Forse il teatro è uno degli ultimi luoghi in cui il rito continua ad accadere. Ancora oggi ci si dà appuntamento nello stesso luogo e nello stesso tempo, si sceglie di sospendere, per un momento, il ritmo della quotidianità e di vivere un'esperienza irripetibile insieme ad altre persone. Naturalmente anche il teatro cambia, perché cambiano la società e il pubblico. Forse oggi il suo compito non è più quello di celebrare valori condivisi, ma di creare uno spazio in cui sia ancora possibile fermarsi, ascoltare e riconoscersi negli altri. In un tempo che ci spinge continuamente verso la velocità e l'individualismo, il semplice fatto di condividere uno spazio, un tempo e uno sguardo è già un gesto di resistenza. È anche quello che cerchiamo di fare con La Vita Resistente: non parlare dei riti, ma viverne uno insieme agli spettatori. Ogni sera una comunità di sconosciuti decide di condividere lo stesso tempo, lo stesso respiro, lo stesso silenzio. Forse è proprio questo il rito di cui oggi sentiamo più bisogno.

Vai alla presentazione dello spettacolo

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Luogo
Villa Dorotina, Via Dorotina, Mozzo, BG, Italia
A Cura di

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Lug/26

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