Tre domande a Fabrizio Ardito in occasione dell'incontro “Lo Spirito in Cammino”

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L’associazione fra cammino e spiritualità non è una cosa così scontata come potrebbe sembrare. Perché un cammino può essere spirituale? 

Camminare, soprattutto se per un periodo abbastanza lungo, cambia decisamente la percezione e l’atteggiamento. Si è più rilassati, si riesce a lasciar andare buona parte delle incombenze quotidiane della nostra vita “normale”. Questo porta ad avere una grande disponibilità all’osservazione, all’ascolto, all’incontro. Da questo punto di vista, penso che la definizione di spirituale per questa esperienza sia certamente giusta. In cammino la mente è più libera per accogliere pensieri, ragionamenti e riflessioni. Questo rende un lungo viaggio a piedi l’occasione per riflettere su di noi, sui nostri rapporti con gli altri e con l’ambiente che ci circonda. Non è un caso che molte delle persone che si mettono in cammino per lunghi periodi lo fanno in seguito a momenti cardine della loro vita, grandi cambiamenti, importanti decisioni da affrontare e prendere. Inoltre, penso che in cammino si abbia una possibilità unica di entrare in contatto con gli altri, cosa che nella confusione della vita quotidiana è molto difficile fare.

Quando un cammino è finito e si torna alla vita di sempre, cosa rimane? E soprattutto come conservare dentro di sé ciò di cui si è fatto esperienza? 

Intraprendere un lungo viaggio a piedi è una sfida, percorrerlo un impegno. Il momento dell’arrivo è certamente felice anche se, poi, vengono i giorni più difficili. Tornare alla vita quotidiana è complicato, con la necessità di adattarsi nuovamente alle mille e un’incombenza di tutti i giorni. In passato, mi è capitato di coniare la definizione di “Santiago blues”, per definire lo spaesamento e anche la tristezza che si possono notare sui volti di chi, giunto alla meta, passeggia davanti alla cattedrale di San Giacomo e sa che deve fare i bagagli e tornare a casa. Scrivere è senz’altro un buon antidoto a questi momenti, perché annotando sensazioni, pensieri e ricordi, si può pensare di portarceli dietro anche dopo il rientro. Non è un caso che, lungo i grandi cammini, sul far della sera decine di persone scrivono a mano le loro considerazioni, cosa che non avviene quasi mai ed è difficilissima da osservare in città, su un treno, su un aereo o dopo cena nel “mondo normale”. Anche la fotografia aiuta a cristallizzare i momenti che abbiamo vissuto, però penso che scrivere sia una forma più profonda di riflessione e garantisce un ricordo più vivido e non cancellabile.

Lei quando ha iniziato a camminare? E con quali motivazioni?

Molto, molto tempo fa. Ho iniziato a camminare in montagna con mio padre che, di origini piemontesi, concepiva quasi esclusivamente le vacanze come periodi da trascorrere tra i monti. Poi è iniziata la lunga parentesi della mia passione per la speleologia che, ovviamente, richiedeva lunghe camminate tra colli e vallate per raggiungere gli ingressi delle grotte. Il mio primo lungo cammino – che mi ha fatto innamorare dei grandi viaggi a piedi – è stato il Cammino Francese per Santiago, che ho percorso nel 2004 per cercare di capire quale è il senso di una camminata di più di un mese. Da quel momento in poi, non ho mai smesso di mettermi per strada per viaggi più o meno lunghi, da solo o in compagnia. Ho percorso diversi cammini diretti a Santiago, arrivando in Galizia dieci volte lungo percorsi differenti, il più lungo dei quali è stato la Via de la Plata da Siviglia, lunga più di 1100 km. Anche in Italia ho percorso cammini lunghi (come la Via Francigena dal Gran San Bernardo a Roma) e brevi, in tante regioni italiane. In giro per l’Europa ho passeggiato lungo il Vallo di Adriano e varie volte sui sentieri di Monte Athos, oppure sulle vie giacobee francesi dirette ai Pirenei. E spero di poter continuare ancora abbastanza a lungo, ginocchia permettendo…

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Luogo
Sala Civica Mimmo Boninelli, Via Orobie, Mozzo, BG, Italia
A Cura di

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14
Ott/26

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