Tre domande a Andrea Mattei, protagonista dell’incontro “La strada racconta”, venerdì 28 novembre

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Nel tuo libro “L’arte di fare lo zaino” scrivi che «Camminare è l'arte di togliere» e che «il pellegrino lascia a casa il superfluo per mettere nel suo zaino solo lo stretto necessario». Quando hai iniziato a camminare? E quando sei arrivato a questa forma di conoscenza, che non è solo una questione di peso sulle spalle, ma – direi – di “significato del passo”?

Fin da bambino le nostre vacanze erano sui sentieri di montagna, soprattutto in Dolomiti. Ma il cammino inteso come viaggio a piedi di più giorni l’ho scoperto a cinquant’anni, quando ho deciso di organizzare una “festa itinerante” per il mio compleanno: tornare a casa, da Milano a Roma, a piedi lungo la Via Francigena, invitando amici e parenti a unirsi per uno o più giorni o anche solo per qualche chilometro. Non riuscii a prendermi un mese di ferie per completare quel percorso, così camminai da Siena a Roma. E non feci neanche un chilometro da solo. Il giorno del mio compleanno arrivai in Piazza San Pietro. Il senso profondo del cammino lo si impara in fretta, ovviamente a passo lento…

Non si considera quasi mai che camminare è anche un ritorno alla nostra storia più profonda. Prima del 13-10 mila A.C. gli uomini erano nomadi e camminavano molto, se pensiamo ad esempio che l’homo sapiens dalla sua “culla africana” è arrivato a piedi in Sudamerica. Pensi che anche questo aspetto, di ritorno al nostro essere più profondo (per il quale siamo “programmati” biologicamente), contribuisca al beneficio del camminare?

Siamo fatti per camminare, è scritto nel nostro Dna. Da quando l’australopiteco, nella savana africana, si erge in posizione eretta, da quadrupedi diventiamo bipedi, e cominciamo a camminare. E se pensiamo alla lunghissima storia dell’evoluzione umana è solo da un lasso di tempo minimo che abbiamo smesso di camminare e trascorriamo le nostre giornate seduti dietro una scrivania o dentro un’automobile. E, a mio avviso, questo ci ha peggiorati notevolmente e ha cambiato anche la nostra percezione del tempo che ora deve necessariamente scorrere a una velocità che la nostra natura non ha mai conosciuto. E questo influisce su tanti aspetti della nostra vita, ci fa vivere sconnessi con quello che siamo nel profondo. Quando si affronta un cammino, in poco tempo ci si riconnette con la nostra natura profonda e si comincia subito a stare meglio con noi stessi, nonostante la fatica e le vesciche.

Il tuo ultimo libro “In cammino per la libertà. Passi di resistenza umanitaria in Abruzzo” racconti di una camminata da Sulmona a Casoli attraverso la Maiella, per ridare voce a una storia dimenticata di eroismo e solidarietà, quello che salverà centinaia di vite creando legami indissolubili tra soldati inglesi, americani, sudafricani e famiglie abruzzesi. Come mai hai deciso di compiere e raccontare questo cammino?

Perché sono originario di quelle terre, la casa della mia infanzia è proprio ai piedi della Maiella e durante la guerra fu occupata dai tedeschi in ritirata. Sono cresciuto coi racconti di guerra della mia famiglia ma mai mi era stato detto dell’eroismo dimostrato dalle povere popolazioni abruzzesi, pastori e contadini che in quei mesi del ‘43 misero a rischio la loro vita per aiutare lo straniero che bussava alla loro porta, dividendo il pane che non c’era. Ho così scoperto che quasi nessuno conosce questa storia che, dai pochi storici che l’hanno studiata, è stata ribattezzata Resistenza Umanitaria. Mi sembrava giusto raccontarla, anche per restituire alla gente d’Abruzzo un ricordo di cui andare orgogliosi. E per me è stata l’occasione di scoprire vicende umane incredibili, che ho ovviamente riportato nel libro.

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Luogo
Auditorium comunale Anna Maria Mozzoni, Via Alfredo Piatti, Mozzo, BG, Italia
A Cura di

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Nov/25

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