Venerdì 26 settembre, ore 20.30, presso l’Auditorium “A.M. Mozzoni”, ingresso libero.
Data Pubblicazione:
23 Settembre 2025
Tempo di Lettura:
6 minutiUltimo Aggiornamento:
29 Settembre 2025 10:10
Argomenti:
Venerdì 26 settembre, ore 20.30, presso l’Auditorium “A.M. Mozzoni”, ingresso libero.
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23 Settembre 2025
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29 Settembre 2025 10:10
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Il libro omonimo che dà vita allo spettacolo nasce dall’incontro quotidiani con la pietra d’inciampo di Angelo Aglieri, impiegato del Corriere della Sera. Quella di Aglieri è la prima figura di una serie di donne e uomini che appartenevano alla Resistenza. Come mai ha deciso di raccontare le loro storie?
Ho deciso di raccontare storie di donne e uomini che sentivo vicini, e parlo di vicinanza fisica. Sono migliaia gli italiani che durante la Seconda Guerra mondiale hanno deciso di non rimanere indifferenti, di fare qualcosa per cambiare il corso della storia. Le figure che ho scelto di tratteggiare però vivevano nel mio quartiere. Angelo Aglieri, con sua moglie Aldina, addirittura a cinquanta metri da casa mia. Ogni giorno, mentre passeggiavo, passavo davanti alla pietra d’inciampo che lo ricorda, stando attento a non calpestarla mai. Finché mi sono detto: è mai possibile che non conosci la storia di una persona che idealmente ti guarda negli occhi, giorno dopo giorno? Così sono entrato in quel palazzo, chiamato il Casermone, ho fatto qualche domanda al portinaio e mi si è aperto letteralmente un mondo. Raccontare la storia di Angelo, di sua moglie Aldina, della portinaia dell’epoca Carmela con sua figlia Francesca, staffetta partigiana, e del dodicenne Sergio e di suo padre Libero è stato come farli rivivere. Io raccontavo le loro vite e in qualche modo li vedevo materializzarsi nel mio quartiere, mentre calcavano le vie che calco io, ogni giorno.
Il mio è anche un invito: ognuno di noi può abbassare gli occhi, scorgere una pietra d’inciampo o una targa vicino casa, e iniziare a indagare, per restituire memoria e dare forma a nomi incastonati per sempre nella terra.
Il libro è poi diventato uno spettacolo. C’è una motivazione precisa dietro questa scelta?
Mi è sempre piaciuta la forma dell’orazione civica, una sorta di interpretazione teatrale fondata sul racconto. Un paio di anni fa sono stato contattato dal direttore artistico del Teatro Menotti di Milano, mi chiese se avessi uno spettacolo pronto per una rassegna teatrale estiva. È scattato qualcosa dentro di me, esattamente come nel giorno in cui ho deciso di entrare nel palazzo in cui viveva Angelo Aglieri per raccontare la sua storia. Non avevo un testo già pronto, ma ho risposto di sì, perché nel mio cuore e nella mia testa sapevo che le storie di queste donne e di questi uomini erano perfette per essere raccontate anche da un palcoscenico. Non lo dico per dire, ma è davvero tutto merito loro, dei protagonisti del libro: sono tre donne e tre uomini, due ragazzi e quattro adulti, un operaio e un impiegato, una casalinga e una portinaia, in sintesi l’Italia di quei tempi sciagurati ma anche densi di speranza e sogni di libertà e di pace. Mentre racconto le loro vite e le loro vicissitudini è facile immaginarseli, è possibile toccare con mano la loro sofferenza e la loro immensa dignità.
Sul palco con lei c’è un grande jazzista, Raffaele Kohler alla tromba. Com’è nata la vostra collaborazione?
Galeotto fu il covid, mi verrebbe da dire. All’epoca, quando l’Italia era rinchiusa in casa, Raffaele decise di suonare dal balcone, ogni giorno alla solita ora, la tromba. Quelle note che risuonavano nel quartiere in cui vive erano un segnale di fratellanza, di unione, di speranza. Così decisi di invitarlo nella trasmissione che conduco su Radio24. Per un certo periodo, ogni giorno, la trasmissione iniziava con Raffaele che suonava per il pubblico. È nata così un’amicizia e un rapporto professionale continuo. Raffaele è davvero un grande artista, oltre che una bella persona. La sua tromba, nell’orazione civica, è una spalla perfetta perché sa trasmettere perfettamente le sensazioni di donne e uomini che hanno attraversato quel periodo tragico: la paura, l’angoscia dei bombardamenti ma anche la speranza, la voglia di lottare vivono attraverso la sua tromba. Le musiche dello spettacolo sono state scelte da lui, una per una, con un’accuratezza storica e artistica devo dire perfetta. È insomma un legame che durerà, tanto è vero che ho già scritto una nuova orazione civica, sempre legata alla Seconda guerra mondiale, e a Raffaele ho affidato il compito di scegliere le nuove musiche.
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