Autrice di “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, di cui si discuterà mercoledì 29 aprile per il terzo appuntamento del gruppo di lettura “Pareti di carta”.
Mercoledì 29 aprile, alle ore 20.30, nel quarto appuntamento del gruppo di lettura “Pareti di carta”, verrà discusso il libro “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson.
La partecipazione alla serata è libera e gratuita, anche se non si è partecipato agli incontri precedenti.
Per conoscere un po’ meglio l’autrice, ecco 5 cose da sapere:
Nacque a San Francisco, California, il 14 dicembre 1916 e morì nel 1965. A volte la sua nascita viene collocata nel 1919, equivoco nato a causa della stessa Jackson, che non voleva risultare più vecchia del marito, nato proprio nel 1919. Il padre, Leslie Jackson, lavorava per una ditta litografica, e la madre, Geraldine, era una casalinga.
Nel 1923 la famiglia Jackson si trasferì a Burlingame, nei sobborghi di San Francisco. Qui, all'età di 12 anni, la giovane Shirley vinse il suo primo premio letterario con la poesia “The Pine Tree”. Nel 1930 la famiglia si trasferì nuovamente, questa volta a New York, dove la diciottenne Shirley si iscrisse alla facoltà di Arti liberali dell'Università di Rochester. Due anni dopo, nel 1936, si ritirò dagli studi a causa della depressione. A casa si prefisse di scrivere almeno mille parole al giorno, abitudine che mantenne fino alla fine della sua vita.
Fin da bambina soffrì per le continue critiche, specie sul suo aspetto fisico, rivoltale dalla madre, che arrivò a definire la figlia un "aborto mancato". Tale conflitto portò Jackson ad isolarsi dai coetanei ed a trovare conforto nella scrittura. Anche dopo il matrimonio, la madre continuò a criticarla aspramente per le sue scelte di vita, opponendosi al matrimonio con Stanley Edgar Hyman.
La vita da adulta di Jackson divenne un'ostentata ribellione alla madre ed all'ambiente conservatore in cui era stata cresciuta: divenne scrittrice, ingrassò, sposò un intellettuale ebreo e trasformò la sua casa in un ritrovo per amici ed intellettuali. Il suo non fu un matrimonio felice: suo marito, che lei aveva visto come un salvatore perché l'amava ed aveva fiducia nelle sue capacità, si dimostrò maschilista, retrogrado e traditore.
Nonostante fosse un marito tutt’altro che perfetto, Stanley Hyman difese apertamente le opere della moglie: secondo lui, c'è stato un fraintendimento riguardo alla visione della vita da parte di Shirley; le sue crude visioni di follia, alienazione e terrore vennero interpretate come inquietudini personali, quando invece, secondo Hyman, non erano altro che rappresentazione della realtà del loro tempo: le due guerre, i campi di concentramento, le bombe atomiche ebbero un forte impatto sulla scrittrice.
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