Tre domande a Paolo Gianfrate, protagonista dell’incontro “Inquadrare l’infinito. La fotografia di viaggio”

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Come hai iniziato con la fotografia? 
Ho cercato sempre di fotografare anche quando andavo in gita da piccolo, ma direi che ho iniziato “seriamente” (virgolette d’obbligo) quando ho frequentato l’Università a Bergamo in Città Alta. Per il mio compleanno nel 2006 mi era stata regalata una macchina fotografica compatta, di quelle che adesso non si vedono più, era una Olympus u-mini: adesso direi che è considerabile come un pezzo di antiquariato tecnologico. Fra una lezione e l’altra ho cominciato per curiosità a scattare paesaggi, l’avvicendarsi delle stagioni e i vari vicoli e le scalette che impreziosiscono Bergamo Alta. Una zona che ancora oggi mi piace immortalare e dove trovo sempre ispirazione.

Nei tuoi workshop ti confronti anche con persone che usano lo smartphone, vero? 
Sì, certo. Oggi lo smartphone è lo strumento che avvicina più persone alla fotografia: è sempre con noi ed è intuitivo da usare. Come per qualsiasi attrezzatura, conoscendone pregi e limiti si possono ottenere ottimi risultati. Però, per fare un vero salto di qualità, è importante avere chiari alcuni concetti base: la composizione — cioè come organizzare gli elementi all’interno dell’immagine — e il modo in cui interagiamo con la luce. Nei miei workshop cerco proprio di lavorare su questi aspetti: spiego i fondamenti, mostro esempi di autori che realizzano fotografie eccellenti sia con lo smartphone che con attrezzature tradizionali, e cerco di far capire come ogni strumento sia più adatto ad alcuni generi piuttosto che ad altri. Per esempio, è difficile fotografare una Ferrari in piena velocità sul rettilineo di Monza con uno smartphone, mentre è uno strumento perfetto per paesaggi, ritratti o situazioni più statiche.

Nella presentazione della serata del 12 dicembre scrivi che il tuo lavoro “è la ricerca di autenticità: momenti sinceri, luce naturale e la capacità di raccontare ciò che accade senza forzature”. Cosa significa ciò a livello tecnico? 
Prima di tutto è importante distinguere tra post-produzione e fotoritocco, due processi che esistevano già anche ai tempi della fotografia analogica. La post-produzione riguarda il miglioramento dello scatto: correggere la luce, regolare il contrasto, fare un ritaglio, valorizzare alcune luci o ombre. Sono interventi leggeri, pensati per restituire al meglio quello che si è visto al momento dello scatto. Il fotoritocco, invece, significa intervenire in modo più pesante: rimuovere elementi dall’immagine, alterare la scena, ricostruire parti che non c’erano. Con il digitale queste operazioni sono diventate accessibili a tutti — basta pensare ai filtri estremi che andavano di moda su Instagram. Quando parlo di “ricerca di autenticità” intendo proprio questo: lavorare con una post-produzione consapevole, necessaria, ma senza spingersi fino a modificare la realtà della scena. Evito interventi che snaturano lo scatto o introducono una forzatura rispetto a ciò che è realmente accaduto davanti alla fotocamera.

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Luogo
Sala Civica Mimmo Boninelli, Via Orobie, Mozzo, BG, Italia
A Cura di

Ultimo Aggiornamento

09
Dic/25

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